Una breve biografia dei sei sacerdoti-martiri “propagandisti”, morti in Albania nel XX secolo

“Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la sua propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà” (Mt 16,24-25). Con queste parole il Divino Maestro ha ispirato i suoi discepoli e con le stesse vorremmo introdurre il breve racconto dei sei beati martiri albanesi, ex-alunni del nostro Collegio, sacerdoti che hanno testimoniato il Vangelo e difeso la Chiesa con la loro vita nel 1900, il primo di essi durante la persecuzione ottomana e gli altri cinque, più tardi, durante il regime comunista. Si tratta di giovani preti imprigionati, torturati e accusati con falsi processi allo scopo di spegnere il senso di Dio dal cuore dell’uomo e indebolire la Chiesa cattolica.
I primi cinque fanno parte di un elenco di 38 martiri, in cui figurano vescovi, sacerdoti, religiosi e laici, e sono stati proclamati beati il 5 novembre 2016 da Papa Francesco. La loro memoria liturgica si festeggia il 5 novembre. Don Gjon Gazulli, invece, vissuto durante il periodo ottomano, è stato beatificato il 16 novembre 2024 nella Cattedrale di Scutari. Con grande gioia e orgoglio, vogliamo portare alla memoria la vita e il martirio di questi sei testimoni morti “in odium fidei” che si sono formati al Collegio Urbano di Propaganda Fide e ci hanno preceduto nella missione e nella contemplazione della visione beatifica. Tertulliano ci ricorda che “sanguis martyrum semen christianorum”: il loro sacrificio ci spinge verso una maggiore fedeltà al Vangelo e alla Chiesa che saremo chiamati a servire. Conosciamoli uno ad uno, seguendo l’ordine dell’icona che è stata solennemente presentata e benedetta dal nostro Card. Tagle al termine della S. Messa dell’Epifania, il 6 gennaio 2026, e che è stata collocata negli ambienti del nostro Collegio.
1. Don Gjon Gazulli, nato nel 1893 in Albania, entrò giovanissimo nel seminario di Scutari e fu ordinato sacerdote nel 1919, dopo aver completato la sua formazione teologica al Collegio Urbano. Svolse il suo ministero in diverse parrocchie del nord del Paese, distinguendosi per la vicinanza alla popolazione, l’impegno educativo e la fondazione di una scuola parrocchiale. Rimasto accanto al suo popolo nonostante il clima di repressione, fu arrestato nel 1926, sottoposto a un processo farsa e condannato a morte. Dopo torture e vessazioni in carcere, venne impiccato pubblicamente a Scutari nel 1927, perdonando i suoi persecutori e professando la fedeltà a Cristo e alla Chiesa.
2. Don Ejëll Deda, nato a Scutari nel 1917, intraprese inizialmente il cammino francescano, ma scelse poi il sacerdozio diocesano, completando la formazione al Collegio Urbano, dove venne ordinato sacerdote a 27 anni. Tornato in Albania, fu destinato alla parrocchia di Bushat, dove divenne un punto di riferimento spirituale per la comunità grazie al suo carattere aperto e cordiale. Nel marzo 1946 fu testimone diretto della fucilazione di sacerdoti e laici, dei quali raccolse le ultime parole e il sangue come segno di venerazione dei martiri. Arrestato l’anno successivo e condannato in un processo segreto a dieci anni di carcere, subì gravi torture che ne causarono la morte nell’ospedale della prigione nel 1948.
3. Don Pjetër Çuni nacque a Scutari nel 1914. Seguì il corso di filosofia presso il Seminario Pontificio Albanese di Scutari retto dai Gesuiti e la teologia nel Collegio di “Propaganda Fide”, dove fu ordinato sacerdote il 23 marzo 1940. È stato parroco prima di Shkrel e poi di Rrjoll. Lì fu arrestato e imprigionato nel carcere di Koplik il 27 luglio 1948. Senza processo, morì sotto le torture, affogato nella fogna il 31 luglio 1948, anche se la notizia della sua morte, avvenuta insieme al Don Lek Sirdani, a suo padre fu data il 26 dicembre 1948.
4. Nel secondo periodo della persecuzione comunista in Albania (1951-1960), il regime di Enver Hoxha adottò nuove strategie di repressione contro la Chiesa cattolica, tra cui accordi formali che rompevano i legami con il Papa e i cosiddetti “processi del popolo”, usati per intimidire la popolazione. In questo contesto si colloca la vicenda di don Dedë Malaj, formatosi al Collegio Urbano, ordinato sacerdote nel 1941 e attivo in diverse parrocchie del nord del Paese. Dopo aver raccolto testimonianze sulle persecuzioni e aver tentato di farle giungere in Vaticano, fu arrestato e processato pubblicamente, anche con la partecipazione forzata dei suoi stessi parrocchiani. Condannato a morte, venne fucilato nel 1959 a 42 anni.
5. Don Dedë Maçaj, nato nel 1920 in Albania, fu educato dai Gesuiti a Scutari e completò gli studi al Collegio Urbano, dove venne ordinato sacerdote nel 1944. Tornato in patria all’inizio della persecuzione comunista, svolse il ministero come viceparroco a Scutari e poi come parroco a Sheldija, succedendo a un sacerdote già ucciso dal regime. Chiamato al servizio militare come autista sanitario, divenne presto sospetto per la sua formazione religiosa e i legami con Roma. Arrestato con l’accusa di sabotaggio dopo un incidente, fu torturato e condannato a morte senza processo. Affrontò la fucilazione pregando e proclamando la sua fede, perdonando i suoi carnefici. Morì a 27 anni.
6. Don Anton Muzaj, nato nel 1921 nell’attuale Kosovo e formato al sacerdozio al Collegio Urbano, rientrò in Albania nel 1946, quando la persecuzione comunista contro la Chiesa era già in corso. Chiamato a sostituire il cancelliere dell’arcivescovado di Scutari, condannato al carcere a vita, attirò su di sé i sospetti del regime, che lo accusò di essere una spia del Vaticano. Nonostante le promesse di libertà in cambio di presunti segreti, rifiutò di collaborare. Arrestato nel 1948, subì torture, privazioni e l’abbandono sanitario che lo portò a morire di tubercolosi nel carcere di Scutari. La sua fedeltà alla fede, testimoniata fino alla morte, gli valse il riconoscimento tra i 38 martiri albanesi.
BEATI MARTIRI ALBANESI, PREGATE PER NOI!
Joaquim Massala








