Di seguito la testimonianza di uno dei nuovi Direttori diocesani di Missio Italia, convenuti al Collegio Urbano il 28 gennaio per conoscere la realtà formativa
L’abside è dorata. La luce si riflette sulle superfici e tutto sembra luccicare. L’oro cattura lo sguardo, lo attira, quasi lo trattiene. Eppure, al centro, c’è un crocifisso in legno, semplice, spoglio, senza ornamenti. Il contrasto è netto. Il mio sguardo passa continuamente dall’uno all’altro, come se cercasse un equilibrio. È lì, in questo “ping-pong” silenzioso, che iniziano i vespri.
Sono circondato da giovani che non conosco, eppure sento di entrare in qualcosa di profondamente familiare. Le voci si alzano una dopo l’altra, poi si intrecciano. Cantano e pregano insieme, e la chiesa si riempie di suoni che non assomigliano a nulla di ciò che ascolto di solito. Accenti diversi, lingue lontane, ma una sola preghiera. Rimango stupito. Non è solo una questione di armonia o di bellezza: è verità. Quei giovani non stanno semplicemente pronunciando parole, stanno consegnando a Dio la loro vita.
Guardo i loro volti e immagino le storie che portano. Molti arrivano da terre segnate dalla povertà, dalla violenza, dall’instabilità. Eppure, in quel canto non c’è durezza. C’è una fede che ha imparato a fidarsi. La Chiesa, quando è viva, non ha bisogno di grandi parole: basta una comunità che prega con sincerità. Il Pontificio Collegio Urbano è un luogo che accoglie giovani seminaristi provenienti da ogni parte del mondo, molti dei quali arrivano dai contesti più poveri e feriti, ma qui non c’è solo studio o formazione, qui c’è una Chiesa che respira attraverso le storie di questi giovani.
La preghiera non si interrompe con l’ultimo salmo. Continua nei gesti, negli incontri, nella vita condivisa. Mi ritrovo a cena seduto allo stesso tavolo con tre seminaristi indiani e uno nigeriano. Ci separano più di trent’anni, ma questa distanza non crea imbarazzo. Anzi, si scioglie in fretta. Sono loro ad accogliermi con una naturalezza che mi sorprende: mi fanno spazio, mi ascoltano con attenzione, mi pongono domande vere. Poi iniziano a raccontarsi. Parlano delle loro famiglie, dei Paesi lasciati alle spalle, del cammino che li ha condotti fin lì. Non sento lamento né rivendicazione. C’è dignità, c’è gratitudine, c’è persino leggerezza. Mi accorgo che, pur essendo io l’ospite, sono loro a insegnarmi cosa significa stare a tavola come fratelli.
La serata continua e si fa ancora più intensa quando ascolto la testimonianza di due seminaristi, uno del Benin e uno del Sud Sudan. Raccontano la loro vita con una calma che disarma. Parlano di ferite profonde, di prove durissime, ma lo fanno senza rabbia, senza vittimismo. Il loro modo di raccontarsi è essenziale, quasi evangelico: non cercano di colpire, ma di condividere ciò che dà senso alla loro scelta. In loro vedo una fede che non cancella il dolore, ma lo attraversa e lo trasforma.
Ormai è notte, mi rigiro nel letto senza prendere sonno, continuo a pensare a questo incontro, sento che non sono stato semplicemente in un luogo, ma dentro una testimonianza viva. Il Pontificio Collegio Urbano mi appare come un laboratorio, dove la Chiesa prende forma concreta: giovane, povera, internazionale, capace di accogliere senza condizioni. Mi accompagna una parola del Vangelo che risuona con forza nuova: “Ero straniero e mi avete accolto”. In quella chiesa, a quella tavola, in quelle storie, lo straniero ero io. E sono stato accolto con semplicità, ascoltato con rispetto, fatto sentire parte. Il Vangelo, quando è vissuto davvero, non ha bisogno di essere spiegato: si riconosce dal modo in cui fa spazio all’altro e gli cambia il cuore.
Jose Soccal








